Allegri Manlio - Arte Mediterranea

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Allegri Manlio

Artisti 2021
OPERE
Kubo 1
Kubo 2
Opera 5
Traccia rossa

 Manlio Allegri nato a Lucca nel 1945, ha vissuto e lavorato a Livorno e dal 2013 vive e lavora a Vinci-Firenze. Per molto tempo ha dedicato la maggior parte del suo tempo al puro scopo di studio, frequentando anche la scuola d’arte di villa Trossi Uberti. A contatto, per motivi organizzativi, con l’accademia artistica di Firenze, ha collaborato con molti artisti docenti alla stessa. Ha contribuito con alcuni studenti alla preparazione della tesi ed ha trasmesso il suo concetto di arte insegnando o meglio lavorando insieme a giovani studenti a partire dalle elementari.
Il suo contributo organizzativo è stato determinante per manifestazioni culturali di rilievo nazionale. E’ stato alla presidenza di gruppi artistici per molti anni e la sua intensa attività artistica lo ha portato a lavorare ed esporre le proprie opere in molte città europee, mentre i suoi elaborati si trovano in collezioni private in Europa ed America. La sua attività non ha mai avuto interruzioni dal 1980 ad oggi.

enail: allepit45@gmail.com
 
328.2184872                  
 
Recente percorso espositivo
2019
         Biennale città di Mantova a cura di Leonarda Zappulla
         ARTISTA DA MUSEO Galleria Civica Sciortino di Monreale a cura di Leonarda Zappulla
         METAMORFOSI CREATIVE Castel Nuovo Napoli
Personale al Golf Club Livorno a cura di Giovanna Riu
2018
-       MAESTRI  OGGI Palazzo Velli Roma a cura di Leonarda Zappulla
-      TRACCIA (musicale) Elle Galleria Preganziol Treviso a cura Siro Perin
-       ARTEMEDITERRANEA Biennale Pisa a cura di Jolanda Pietrobelli
-        SENSACIONES BCM Art Gallery Barcellona a cura di Silvia Arfelli
-   DIALOGO CON LA FORTEZZA Installazioni luminose nella Fortezza Vecchia di Livorno, a cura di Bruno Sullo gruppo lavorare camminare
-    GLI ARTISTI DELLA COLLEZIONE SGARBI, a cura di Leonarda Zappulla
2017
    INSTALLAZIONI LUMINOSE, casa natale di Leonardo,      
Vinci, Firenze, a cura di Giovanna Riu        
 -   INSTALLAZIONI LUMINOSE opere e installazioni al Castello di Semivicoli Chieti a cura di Giovanna Riu
 -       INSTALLAZIONI LUMINOSE IN VETRINA Galleria    
Arttime, Udine a cura di Giovanna Riu
2016
ARTE DA ABITARE Show-Room FuturGes Ponte a Egola Pisa
-    COLORI IN LIBERTA’ Installazioni Luminose Consiglio Regionale della Toscana, Firenze, Palazzo Panciatichi Firenze a cura di Giovanna Riu
-      ARTEMEDITERRANEA Sopra le Logge Pisa a cura di Jolanda Pietrobelli
2015
- COLORI IN LIBERTA’, installazioni luminose, Villa Caruso, Lastra a Signa Firenze a cura di Giovanna Riu
 -    IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO, installazioni in varie chiese di Livorno e dintorni a cura di Bruno Sullo gruppo artistico lavorare camminare
-           MATERIA E COLORE, personale ecomuseo dell’alabastro, Castellina Pisa a cura di Bruno Sullo
-    L’OGGETTO QUOTIDIANO installazioni e performances, ecomuseo dell’alabastro, Castellina Pisa, a cura di Francesco Mutti gruppo lavorare camminare
-   LAVORARE CAMMINARE…IN CANTINA, cantine Verdi, Cerreto Guidi Pisa a cura di Bruno Sullo
-   IL METAFORMISMO, palazzo Sinibaldi, Milano, a cura di Giulia Sillato
-   IL BUON GOVERNO, Museo Marini di Pistoia a cura di Bruno Sullo, gruppo lavorare camminare             
-   IL BUON GOVERNO installazioni e performances centro per l’arte Otello Cirri, Pontedera Pisa a cura di Bruno Sullo
-   IL METAFORMISMO Castello Scaligero, Malcesine sul Garda, a cura di Giulia Sillato
2012    -   IL METAFORMISMO, voci dal galata museo Mu-ma, Genova, a cura di Giulia Sillato
 -  IL METAFORMISMO palazzo della Gran Guardia, Verona a cura di Giulia Sillato
2011 -   OLTRE LA PITTURA, presenza e continuità nell’arte di ricerca Bottini dell’olio Livorno, a cura di Bruno Sullo
-  SEGNI E COLORI DALLA TOSCANA Klostenckirch Traunstein, Germania, a cura Hedvig Amman
-   ARTE A PERDERE, installazioni e performances nelle piazze di Livorno, gruppo lavorare camminare
2009
     OLTRE LA FORMA, galleria Art’emilia Parma
Personale alla galleria Espace Contemporain Beaune, Francia
     ARTE AL PRESENTE bottini dell’olio, Livorno, gruppo lavorare camminare a cura di Bruno Sullo
     IMMAGINA ARTE expò Reggio Emilia
     MILLE ARTISTI AL PALAZZO BORROMEO, Maderno, Milano
2008
     IN ITINERE, incontri e svelamenti in un luogo storico, Bottini dell’Olio, Livorno, a cura di Nicola Micieli
     I QUINDICI FUORICLASSE, Centro per l’Arte Otello Cirri, Pontedera, Pisa a cura di Grazia Batini
     COLLEZIONE IL QUADRIFOGLIO a cura di Elisa Gradi.
     COLLEZIONE MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA D’ARTE IN AMERICA, San Josè, Costarica, a cura di Gregorio Rossi
      FORUM E GRAN FORUM mostra permanente Hotel Max, Livorno
2007
       PERSONALE ALLA GALLERIA D’ARTE ESPACE CONTEMPORAIN Beaune Francia
       GIOCALARTE, Granai di  Villa Mimbelli Livorno a cura di Grazia Batini
2006
         IL NOVEAU REALISME e la cultura d’arte contemporanea, Palazzo Strozzi, Firenze, a cura di Maurizio Vanni
      FOIRE INTERNATIONAL LUX, expò, Luxemburg
2005
      COLLEZIONE CENTRO D’ARTE MODERNA E        CONTEMPORANEA CAMEC, La Spezia a cura di Bruno Corà e Ferruccio Battolini
     HART HOLLAND expò Den Hag Olanda
Inoltre personali: Civica Pinacoteca Modigliani di Follonica, Logge Vescovili di Volterra, Scoletta San Zaccaria di Venezia, Premio Bancarella di Pontremoli, Centro Salvator Allende La Spezia, Palazzo Piccolomini Pienza, Palazzo Ducale di Volterra, Palazzo Datini Prato, Ristorarte via Margutta Roma, Stadtishe Galerie Traunstein Germania, kunst am lindenbilchl, Unterwossen Germania, Castello di Tittmoning Germania.
Hanno scritto;
Giovanna Riu, Ferruccio Battolini, Christofer Bauer, Bruno Sullo, Leonarda Zappulli, Giuseppe Benelli, Elena Bracci Cambini, Pierluigi Carofano, Enrico Ferri, Johanna Von Knorzer, Giuliana Matthieu, Giulio Rontini, Patrizia Scapin, Mario Marzocchi, Claudio Saragosa, altri.                  
Ferruccio Battolini scrive:
Manlio Allegri Lucchese, ma ormai livornese a tutti gli effetti, non dimentica mai il suo alunnato presso Voltolino Fontani né il suo insegnamento alla Scuola d’arte presso Villa Trossi Uberti.La stessa filosofia di vita (tolleranza e solidarietà, umane e culturali) lo aiuta a leggersi dentro ed a dialogare proficuamente e con liberalità con chi si immedesima nel suo operare pittorico. Chi scrive ha realizzato con lui un rapporto di amicizia che difficilmente verrà meno o si attenuerà, proprio perché entrambi predichiamo ottimismo e fiducia, malgrè tout.
E’ artista che ama mettersi diuturnamente in discussione e si guarda attorno oltre le pur importanti e significative vicende dell’arte toscana e del suo ramo labronico.Allegri è nato paesaggista non tanto o soltanto perché considera quelle composizioni l’area creativa centrale del suo fare artistico quanto perché per lui è fondamentale il rapporto fra uomo  (ancor più fra uomo-artista) e la natura. Per Allegri ( e anche per me) il soggetto “paesaggio” è permeato, come disse Lacombe nel 1751 nel suo famoso Dictionnaire, di dovizia, di pluralità, di piacevolezza.
Direi che, per Manlio, il paesaggio è concepito in maniera nel contempo “mediterranea” e “nordica”, essendo riuscito a coniugare cromatismo ed essenzialità, suggestioni in libertà e necessità di metodo impaginativo.
Mi rifaccio ad alcune considerazioni fatte per il pittore livornese in occasione del “Bancarella” pontremolese nel ‘97 : guardando la sua “storia”, dal ’79 (quando ottiene il primo premio alla Biennale-Versiliana) alle recenti composizioni, esposte oggi al centro Allende della Spezia, è impossibile non constatare una sempre leggibile, sebbene diversamente costruita negli anni, vigoria cromatica che promana da una voluttà di comunicare fresche emozioni. Il  suo paesaggio, ancora oggi più interpretato e proposto nelle sue forme più sintetiche e originarie, nasce in un ambito conoscitivo strettamente legato all’immaginazione. Gli incanti di oggi sono diversi perché la struttura della composizione ed i “materiali” sono differenti; i ritmi sono ancora più evidenziati e frutto di un’ indubbia, inedita, intraprendenza libertaria; ma la poesia pittorica, ancor più e meglio la passione cromatica, sono sempre le stesse. Il “paesaggio”  odierno, recente, di Allegri di primo acchito può sembrare meno riconoscibile, nella sua trama visiva, di quello che ci proponeva qualche anno fa: in realtà quella  che impropriamente è stata definita “astrattizzazione” altro non è che una voglia di spazi meno costretti, di profondità evidenziate da sovrapposizioni di più vivide luci e di più esaltati colori, di trasparenze ancor più suggestive, di effetti emozionali “sciabolati” con grande coraggio e intelligenza.
Oggi Allegri ci propone, con molta scioltezza, nuove sintesi e godibili estemporaneità (convertite subito in bilanciati dialoghi coloristici), nell’ambito di un modulo visivo  che mantiene intatti i valori e che nel contempo approfondisce e ri-scopre i rapporti con la natura nei suoi elementi primari e misteriosi.
I nuovi “trittici” (ove tuttavia ogni parte ha sia una sua vita autonoma sia una funzione di congiunzione cromatico – compositiva) sono la dimostrazione di infinite possibilità evolutive di Allegri – pittore che mostra di saper controllare le orizzontalità dei piani e le nuove, perspicaci e ardite, verticalità.
Alpi Apuane e Balze di Volterra, proposte con mezzi espressivi plurimi (collages, carte predipinte, acrilici, matite, crete, olio e chine), sono frutto di un’ interpretazione naturalistica che, sebbene nasca da siti amati e lungamente esplorati, prescinde poi dalle nozioni più convenzionali del paesaggismo vedutistico.
Siamo davvero nel territorio della più seducente “realtà primaria” ove tutto nasce, risiede e ritorna: qui Allegri sta trovando, e troverà sempre più, infiniti e soggioganti stimoli per incrementare il suo già ricco capitale etico – estetico di autocognizione e di istintuale lirica fantasia.
Questa considerazione critica è stata scritta dal Dr. Ferrucccio Bettolini, nel Marzo del 1999,  in occasione della mostra presso il “Centro Allende” della Spezia patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune della Spezia e dall’Associazione “Arteelibertà”.
Manlio Allegri ovvero il viaggio lirico di un pittore – pittore      di Ferruccio Battolini
7 Agosto 1997: a Pontremoli, nell’androne pretorile della “capitale” della Lunigiana storica, scopro un pittore livornese dal volto umano, ed è subito amicizia. Non è mai facile per un critico d’arte che assorbe, oltre che cultura visiva in progres, anche valori etico – sociali, realizzare una simbiosi in immediato tempo: con Allegri è stato possibile, direi quasi inevitabile tanti e tali erano le comuni riflessioni sull’arte e su ciò che attorno all’arte ruota di legittimo e d’arbitrario, di personalistico e di solidale, di scoperto e di bloccato.
Mi è piaciuto comprendere che Allegri non disdegnava di mettersi continuamente in discussione e di guardare, di “visionare”, oltre le pur significative vicende dell’arte livornese – labronica e dell’arte della grande Tuscia. Desidero ribadire qui quella che nel 1999 (in occasione di una mostra personale, con il pittore anch’egli livornese Paolo Netto, al Centro Allende della Spezia) chiamai filosofia di vita dell’artista Manlio Allegri: una mixture positiva di conoscenze e d’intuizioni, di meditazioni riservate e di limpide aperte dichiarazioni, di pensieri acutamente solidali fondati sul valore primario della tolleranza. Nel “lontano” ’97 scrivevo che l’opera di Allegri (alunno di Voltolino Fontani  docente nella scuola d’arte di Villa Trossi Uberti a Livorno) si caratterizzava per una riconoscibile vigoria cromatica e per una sorvegliata freschezza compositiva. Affermavo poi che il suo paesaggio era interpretato oltre che goduto nelle sue matrici, “monumentali” e coloristiche, originarie; osservavo anche, con piacere critico, che all’interno di quel suo progetto paesaggistico sapeva intelligentemente inserire elementi che, pur non discostandosi da una certa base figurativa, erano già proiettati in un ambito spaziale – mentale coinquilino di una fertile immaginazione. Volevo dire cioè che il paesaggio di Allegri inevitabilmente si sarebbe arricchito di nuovi incanti e di nuovi ritmi appartenenti ad una gestualità pittorica armoniosa e intrepida.
Certo, Allegri (forse era ovvio prevederlo) non avrebbe mai rinunciato a proporci, qualsiasi nuovo modulo si accingesse ad affrontare, una poesia pittorica appassionata, voluttuosa, guardiana fedelissima di quelle – e delle future – composizioni. Una poesia pittorica attraverso cui condurre ad unità il dialogo – che l’artista ha sempre saputo non doversi interrompere – fra se stesso in quanto uomo – artista e la Natura: quel dialogo doveva, deve sempre, riguardare le forme prime e durevoli ma anche le forme che si evolvono all’interno della realtà “seconda” ove risiedono il nucleo dell’immaginazione permanente e le più diuturne mutevoli suggestioni.
Nella mostra al Centro Allende della Spezia, del ’99, era già ben comprensibile anche la capacità di Allegri di irrompere in spazi normalmente “costretti”, alla ricerca di nuovi brani di luminosità e di seducenti trasparenze (si ricordino i primi “trittici”) e di confronti tutt’altro che normali e facili tra piani orizzontali e ardite verticalità.
Ma, prima di intrattenermi più diffusamente sulla recentissima cospicua e splendida produzione, desidero mettere in evidenza il particolare paesaggismo astratto – concreto di Allegri mediterraneo e mitteleuropeo insieme, ove convivono, in estrema naturalezza, emozioni in libertà e rigoroso metodo impaginativo. E’ vero, gli “incanti” sono stati, in questo suo viaggio all’interno del magma più profondo della “Realtà”, volta a volta più liricamente alti o più conoscitivamente vicini (e così i ritmi e le pulsioni), ma il gesto e la passione costruttivo coloristica sono sempre stati, sono, frutto di un’ostinata ed entusiastica ricerca. Così la voluttà di conoscenza visiva gli fa scoprire nuove praterie cromatiche, (al di là delle evidenze liriche ordinarie), inconsueti segni e dinamismi fra loro in conversazione, “finestre” sulla musicalità inudibile e pur invasiva che è nel ventre della Natura.
Nelle composizioni firmate nel nuovo millennio – frutto di gesti coraggiosi e di intense effervescenti suggestioni – Allegri gioca a carte scoperte, gettando sul piatto il suo patrimonio di fantasia e la sua legittima ansia di attraversare a piedi nudi ogni periglioso guado. Sa che dietro l’angolo può trovare l’ignoto (intanto ce lo “descrive” con dipinti eloquenti ed essenziali) ma anche approdi luminosi e rasserenanti. Si sa, quando s’intraprende un viaggio importante, in piena consapevolezza, bisogna mettere in preventivo l’incontro di “ostacoli” (ed ecco le sue scogliere, le sue balze, le sue salite): ebbene Allegri – riesce – e tutti lo possono constatare – a trasformare questi “ostacoli” in strepitosi dipinti ove le materie ed i materiali vengono intelligentemente armonizzati. Il nostro artista è consapevole di essere nel bel mezzo della possente e mai del tutto esplicabile “naturalità” e quindi è in grado, fin dall’inizio (cioè quando scaturisce l’ideazione), di prevedere le difficoltà dell’arduo cammino intrapreso, per cui anziché esitare innalza il colesterolo buono dell’ottimismo giudizioso, facendo sì che la “sua” Materia sia intrisa di profumi, anzi di “profumi di vita”.
Il rapporto che Allegri instaura fra la sua struttura sentimentale e le percezioni che riceve nel momento, anzi nei tanti momenti, in cui irrompe nel santuario delle grandi concretezze del paesaggio – natura, è talmente positivo e costruente da riuscire ad affascinare d’emblai la nostra voluttà di Pittura – Pittura. E’ impossibile, ad esempio, non ammettere l’attrazione che esercita sulla nostra sensitività cosciente un’opera come “Scomposizione 2”, crogiuolo pittorico in movimento ricco davvero di interventi geniali di luminosità, di incontri formali e coloristici che obbediscono ad una strategia strettamente legata ad un virtuoso intendimento lirico.
In questo singolare “viaggio” di Allegri non mancano, era inevitabile, momenti immaginativi derivati da un culto dichiarato e libertario dell’imprevedibilità: sensazioni bianche blu e nere improvvise, sovrapposizioni inattese, forme che provengono più dallo scrigno dei ricordi più struggenti che dalle aree di terra viste e calpestate, riflessi che si sposano con la più spregiudicata, per noi attraente, fantasia. Ed a conferma della devozione di Allegri per le “radici” etico – umane, dell’orgoglio legittimo (mai discriminatorio o supponente) della sua toscanità tirrenica, ecco le “Colline” mobili e variegate della terra d’origine in cui colloca le sue passioni resistenti, la sua avidità di luce, la sua laica fedeltà ai sentimenti forti, i suoi obiettivi di aperta comunicazione nel segno del “calore della vita”.
Non c’è contrasto, per Allegri, fra luci ed ombre, fra colore e colore, fra colori e toni: tutto si muove partendo da uno status, morale e intellettivo, di limpidezza interiore (profonda e disarmata), entro parametri solidali molto condivisi, con il fine di raggiungere – e, beato lui, ci riesce – nuove sintesi, nuovi spazi (gioiosi e meditativi ad un tempo), nuove dimensioni dell’ ”emozione pensata”.
In questo suo viaggio c’è anche un attimo, pittorico s’intende, di sosta, in cui magari riassumere, riflettendo, le tappe dell’avventura e, perché no, “consumare un pasto”, ovviamente povero, ancestrale, anche qui nel segno della memoria amica. La “Natura morta” che il viandante Allegri propone è vivissima, sunto oggettuale di un vissuto imprescindibile, scena nostalgica essenziale di un mondo non inquinato e ancora, per fortuna, non capovolto o negato. Poi Allegri riprende il cammino verso “eldoradi”, verso “incroci” (e dove compaiono gli incroci sono inevitabili le scelte, solitamente importanti e spesso decisive). Così, con il suo bagaglio fatto di sabbia e di juta, di cartoni e di bitume, d’argento e di ghiaia, di corteccia e di anilina ma soprattutto di entusiasmo da moderno “ulisside”, Allegri trova nuove aree ove rendere visibili le sue “impressioni”, la sua voluttà di azzurro (il colore della conoscenza). Queste sue “impressioni” sono la testimonianza incontestabile del suo amore per la Pittura, che non può (anche grazie al suo prezioso contributo) morire perché è fusione di impulsi coloristici, di invenzioni formali, di dimensioni arditamente scovate – ecco proprio il Manlio Allegri del Duemila – nell’infinita galassia del sognato e del sacrosanto utopistico. Allegri è dunque quello che si dice oggi – per la verità lo vado dicendo dagli anni sessanta quando usciva la rivista “Nuove Dimensioni” – un pittore – pittore (repetita iuvant): spero mi si perdoni l’orgoglio, che è però soddisfazione amicale, di aver compreso, oltre un lustro fa, che il suo background “tecnico” e la sua ricca e fervente cassaforte inventiva lo avrebbero portato a questi risultati che sono davvero significativi e non possono essere da alcuno ignorati.
Un augurio all’artista Manlio Allegri? Certamente: che il viaggio continui, con soste o meno, verso traguardi che fin da oggi mi è facile individuare importanti, nel segno della libertà immaginativa e di un’etica della responsabilità che da sempre contraddistinguono la sua genuina quanto autorevole avventura creativa.
Marzo 2001
Manlio Allegri or the lyric voyage of a painter-painter  by Ferruccio Battolini
7th August 1997: at Pontremoli, in the magisterial entrance hall of the “capital” of historic Lunigiana, I discover a Livornese painter with a human face, and we strike up an immediate friendship. It is never easy for an art critic to quickly establish symbiosis, absorbing as he does the visual culture and the socio-ethical values that surround him. With Allegri it was possible, I could say almost inevitable, given our many common reflections on art and all that surrounds around it, legitimate and arbitrary, individualistic and supportive, discovering and blocking. I was happy to learn that Allegri does not disdain  entering into discussion and  looking beyond the albeit significant happenings in the art-world of Livorno and its area and the great art of Tuscany. I would like to repeat here what in 1999 (on the occasion of a personal exhibition with the painter Paolo Netto – he also Livornese- at the Centro Allende in Spezia) I called Manlio Allegri’s philosophy of life: a positive mixture of knowledge and intuition, of meditations reserved for himself and clear and open declarations, of thoughts which are deeply supportive and founded on the primary value of tolerance. “Long ago” in 1997 I wrote that Allegri’s work (he studied under Voltolino Fontani at the Villa Trossi Uberti school of art in Livorno) was characterised by a recognisable chromatic vigour and a judicious freshness of composition.  I stated that his landscapes, in their original matrices, “monumental” and chromatic, were interpreted as well as enjoyed; I also observed with critical pleasure that he knew how to insert elements into his landscapes with intelligence, elements that while not far removed from a certain figurative base, were already projected in a spatial –mental dimension, the offspring of a fertile imagination. I wanted to say that the Allegri’s landscape would inevitably be enriched by new spells and new rhythms belonging to an intrepid and harmonious pictorial gestuality. Certainly (and perhaps it was rather an obvious  prediction) whatever new mode he set out to tackle, Allegri would never cease to propose  passionate and voluptuous pictorial poetry, a faithful guardian of those - and of future – compositions. It is this pictorial poetry through which dialogue – that dialogue between himself as man-artist and Nature that the artist has always known should never be interrupted - leads to unity. This dialogue should and must always concern the foremost and lasting forms but also those forms that evolve inside a “second” reality where the centre of the imagination and the most diuturnal changeable suggestions reside.
In the exhibition at the Centro Allende in Spezia in 1999, Allegri’s ability to burst into normally “restricted” spaces was already evident. With these eruptions he is always in pursuit of new scraps of luminosity and of seductive transparency (the first “triptychs” come to mind) and of far from normal or easy contrasts between horizontal planes and bold verticalities. But, before dwelling longer on his most recent conspicuous and remarkable production, I would like to mention the particular abstract-concrete Allegri landscape, Mediterranean and middle-European at the same time, where free-ranging emotions and rigorous methods of composition live together in great naturalness. It is true, the “spells” have been, in his journey to the inside of the deepest magma of “Reality”, have been lyrically higher or consciously closer each time (as indeed are the rhythms and the pulses), but the gesture and the constructive chromatic passion have always been and still are the product of stubborn and enthusiastic research. In this way the joy of visual knowledge lets him discover new chromatic fields (beyond the evidence of ordinary lyric), unusual signs and dynamics in conversation together, “windows” on the unheard and invasive music that exists in the womb of Nature.
In the compositions completed in the new millennium – product of courageous gestures and intense sparkling suggestions – Allegri plays with his hand revealed, throwing on the table his heritage of imagination and his legitimate anxiety to cross every perilous ford in bare feet. He knows that around the corner he could find the unknown (after all he “describes” it with eloquent and essential paintings) but also luminous and calming landing stages. We know that when we undertake an important journey we need to consciously cater for the possibility of meeting “obstacles” (and hence his rock-face, his leaps, his up-hill paths): and so Allegri manages – as everyone can confirm – to transform these “obstacles” into striking paintings, where subject and material are intelligently harmonised. Our artist is aware of being in the middle of powerful and never completely explicable “naturalism” and so is able from the beginning (that is from when the ideas arise) to foresee the difficulty of the tricky path taken, and instead of hesitating, raises his good cholesterol of judicious optimism, ensuring that “his” Subject is bathed in perfume, the “perfume of life”.
The relationship that Allegri creates between his sentimental structure and the perceptions  he receives at the moment, or rather  many moments in which he bursts into the sanctuary of the great certainties of the natural landscape, is so positive and constructive as to succeed in instantly fascinating our desire for Painting-Painting. It is impossible, for example, not to admit to the attraction that a work like “Scomposizione 2” exerts on our conscious sensitivity. It is a pictorial crucible in motion, pulsing with touches of true genius in its luminosity and in its formal and chromatic combinations which obey a game-plan  closely linked to a virtuoso lyrical understanding. In this outstanding “journey” of Allegri’s, there are inevitably imaginative moments derived from a libertarian and openly declared cult of unpredictability: unexpected white, blue and black impressions, sudden overlaps, shapes that come more from the coffers of yearning memories than from lands we have seen and walked upon. There are reflections  wedded to the most open-minded and for us attractive, imagination. And in confirmation of Allegri’s devotion to his ethico-humane roots, for his justified pride (which is never discriminatory or superior) in his Tyrrhenian Tuscanity, we see the changeable and variegated “Hills” of his home country in which are based his enduring passions, his greed for light, his lay-man’s faith in strong emotion and his aim of open communication in the furtherance of “life’s warmth”.
For Allegri there is no contrast between light and shade, between colour and colour, between colours and tones: everything moves from a common point of a moral and intellectual state of interior clarity (profound and unarmed), between common but greatly sub-divided parameters, with the aim of achieving new syntheses, new spaces (joyful and at the same time meditative), new dimensions of “thought-out emotions”. And lucky man, he succeeds in doing it!
In his journey there is also a moment of rest, a pictorial moment, you understand, in which perhaps he can reflect on the stops along the way and even (why not?) “eat a meal”, although obviously a poor man’s meal, an ancestral one, here too in homage to a friendly memory. The still-life proposed by Allegri the traveller is very much alive, an object summary of an inescapable life, an essential nostalgic scene of an unpolluted world, one which is not yet, luckily, turned upside down or denied. Then Allegri resumes his walk towards “Eldorados”, towards “crossroads” (and where there are crossroads there are inevitably choices, usually important and often decisive.) So, with his bags of sand and jute, of cardboard and bitumen, of silver and gravel, of bark and aniline but above all with the enthusiasm of  a modern-day “ulysses” , Allegri finds new places to display his “impressions” and his passion for blue (the colour of knowledge). These impressions of his are the incontestable testimony of his love for Painting, a love that will not die (thanks also to his precious contribution) because it is the fusion of chromatic impulses, of formal inventions, of daringly carved out dimensions. And here is the Manlio Allegri of the new millennium – in the galactical infinity of what is dreamed and of a sacrosanct utopia. Allegri is what today is called a painter-painter (it’s worth repeating ) – or rather was called in the sixties when the magazine “Nuova Dimensione” was published: I hope that he forgives my pride, which is in any case, friendly satisfaction, in having understood over five years ago that his “technical” background and his rich and fervent inventive treasure-chest would lead him to these truly meaningful results, an achievement which cannot be denied. A wish for the artist Manlio Allegri? Certainly: that his journey may continue, with or without rests, towards goals that are easy to recognise as important, displaying a freedom of imagination and an ethic of responsibility which will always mark out his genuine and authoritative creative adventure.
March 2001
Traduzione di Judith Ruddock
Manlio Allegri oder die lyrische Reise eines Maler - Maler von Ferruccio Battolini
7. August 1997: In Pontremoli, im amtrichterlichen Hausflur der „Hauptstadt“ der historischen Lunigiana, entdecke ich einen livornesischen Maler mit einem menschenfreundlichen Gesicht, und sofort entsteht eine Freundschaft. Es ist nie einfach für einen Kunstkritiker, der außer einer visuellen Kultur in progres auch die ethisch-sozialen Werte aufnimmt, eine Symbiose in unmittelbarer Zeit zu realisieren: mit Allegri ist dieses möglich, ich möchte fast sagen unvermeidbar gewesen, so viel und dermaßen waren die gemeinsamen „Betrachtungen“ über die Kunst und über das, was um die Kunst an Legitimem und Willkürlichem, an Personalistischem und Solidarischem, an  Entblößtem und Blockiertem kreist. Ich glaubte zu verstehen, und das gefällt mir vor allem an Allegri, dass er es nicht verschmähte, sich ständig in Frage zu stellen und über die dennoch bedeutungsvollen Ereignisse der livornesischen Kunst und der Kunst des großen Etruriens hinaus  schaute und  „visionär sah“. An dieser Stelle wünsche ich die 1999 von mir genannte Lebensphilosophie des Künstlers Manlio Allegri (anlässlich einer persönlichen Ausstellung mit dem livornesischen Maler Paolo Netto im Centro Allende in La Spezia) zu bestätigen: eine positive Mischung von Erfahrungen und Intuitionen, von zurückhaltenden Meditationen und klaren offenen Äußerungen von scharfsinnigen und solidarischen Gedanken hinsichtlich der primärem Werte der Toleranz. Im „fernen“ Jahr ’97 schrieb ich, das Werk von Allegri (Schüler Voltolino Fontanis und bekenntbare Dozent der Kunstschule Villa Trossi Uberti in Livorno) sei durch eine   chromatische Kraft und durch eine überwachte kompositorische  Frische charakterisiert. Ich sagte dann auch, seine Landschaftsgemälde seien außer kritisch interpretiert, auch in der ursprünglichen Matrize, genossen, „monumental“ und koloristisch Genossen; mit kritischem Gefallen beobachtete ich auch, dass er innerhalb seines Projektes der Landschaftsmalerei  mit Intelligenz Elemente einzufügen wusste, ohne von einer figurativen Basis abzuweichen; sie waren schon in einen welträumlichen geistigen Bereich projiziert,  Mitbewohner einer fruchtbaren Imagination. Damit wollte ich sagen, dass sich Allegris Landschaft unvermeidlich mit neuem Zauber und neuen Rhythmen bereichert hätte, welche sowohl einer harmonischen, als auch  einer kühnen malerischen Gestik angehörten.
Sicher, Allegri hätte nie darauf verzichtet (und dies war offensichtlich voraussehbar), uns  in jedem neuen Modul, den er sich anschickte zu beginnen,  eine malerische Poesie voller Leidenschaft und Genussucht,  treueste Wächterin der Kompositionen - auch der zukünftigen – zu bieten. Eine malerische Poesie durch die  der Dialog  – den der Künstler immer wusste, nicht zu unterbrechen - zwischen sich als Mensch-Künstler und der Natur: zu einer Einheit geführt wird, und soll immer die ersten und dauerhaften Formen betreffen, aber auch die Formen, die sich im Inneren der “zweiten” Realität entwickeln, wo der Kern der bleibenden Imagination und die langwierigen veränderlichen Eindrücke ihren Sitz haben.
Auf der Ausstellung im Centro Allende in La Spezia, 1999, war auch Allegris Fähigkeit in normalerweise “beschränkte” Räume einzudringen schon gut verständlich, auf der Suche nach neuen Stücken der Leuchtkraft und nach einer verführerischen Durchsichtigkeit (siehe auch die ersten „Triptychon“) und nach Gegenüberstellungen- alles andere als normal und leicht- zwischen horizontalen Ebenen und mutigen Vertikalen. Aber bevor ich mich näher mit der neuesten und bemerkenswerten Produktion befasse, möchte ich mich mit der besonderen, abstrakt- konkreten Landschaftsmalerei  – eines mittelländischen und zugleich mitteleuropäischen Allegri befassen, wo in extremer Natürlichkeit Gefühle in Freiheit und die rigorose Umbruchmethode  zusammenleben. Es ist wahr, die „Verzauberungen“ sind auf dieser Reise innerhalb des tiefsten Magmas der „Realität“ nach und nach, lyrisch gesehen, immer größer oder erkennbar näher gewesen (und so auch die Rhythmen und die Triebe), aber die Geste und die konstruktive farbige Leidenschaft waren, und sind  immer Frucht einer andauernden und enthusiastischen Suche. So lässt ihn auch das Verlangen nach visueller Erfahrung,  neue chromatische Prärien entdecken (jenseits der gewöhnlichen lyrischen Offensichtlichkeiten), ungewöhnliche Zeichen und  Dynamiken untereinander im Gespräch, „Fenster“ auf die unhörbare aber dennoch eindringliche Musikalität,, die im Schoß der Natur sitzt.
In den  Kompositionen des neuen Jahrhunderts – Ergebnis kühner Gesten und intensiver aufbrausender Suggestionen – spielt Allegri mit offenen Karten, in dem er sein Phantasievermögen  und die verständliche Furcht, mit nackten Füßen jede. Gefährliche Furt zu durchgehen, entblößt. Er weiß, dass hinter der Ecke das Unbekannte lauert (und dies „beschreibt“ er uns in seinen vielsagenden und essentiellen Gemälden), aber auch leuchtende und aufheiternde Annäherungen. Man weiß, wenn man eine wichtige Reise antritt, mit vollem Bewusstsein, muss man das Antreffen von „Hindernissen“ in Kauf nehmen ( und hier seine Felsenriffe, seine Steilwände, seine Steigungen): nun gut, Allegri schafft es – und alle können dies feststellen – diese „Hindernisse“ in großartige Gemälde zu verwandeln, wo die Materie und das Material mit Intelligenz in Einklang gebracht werden. Unser Künstler ist sich bewusst, sich mitten in der mächtigen und nie vollkommen erklärbaren „Natürlichkeit“ zu befinden und ist folglich in der Lage, schon von Anfang an (d.h. sobald die Gedankebildung entspringt), die Schwierigkeiten des steilen und begonnenen Weges vorherzusehen und deswegen, anstatt zu zögern, erhöht er das gute Cholesterin des verständigen Optimismus, so dass „seine“ Materie von Düften, , d.h. vielmehr von „Lebensdüften“, durchtränkt ist
Die Beziehung, die  Allegri zwischen seiner Gefühlsstruktur und den Wahrnehmungen aufstellt, die er im Augenblick oder besser in den vielen Augenblicken erhält, in denen er in das Heiligtum der grossen Dinglichkeit von Landschaft– Natur einbricht, ist so positiv und erbauend, dass es ihr gelingt, unser Begierde nach Malerei - Malerei  d’emblai zu bezaubern. Es ist zum Beispiel unmöglich, nicht zuzugeben, dass das Werk „Scomposizione 2“ (Zerlegung 2) auf unser bewusstes Empfindungsvermögen eine Anziehung ausübt; ein malerischer Schmelztiegel in Bewegung, reich an wirklich genialen Eingriffen der Leuchtkraft, an formalen und farbigen Aufeinandertreffen, die einer Strategie folgen, die eng an ein virtuoses lyrisches Verständnis gebunden ist. In dieser einzigartigen „Reise“ von Allegri fehlen nicht – und dies ist unvermeidlich – imaginative Momente, die aus  einem erklärten und absolut freiheitlichen Kultus der Unvorhersehbarkeit entspringen: weiß-blaue und schwarze jähe Empfindungen, unerwartete Überschneidungen, Formen, die eher aus dem Schrein der verzehrenden Erinnerungen kommen, als von den  gesehenen und betretenen Erdbereichen; Reflexe, die sich vereinen mit der vorurteilslosesten für uns anziehenden Phantasie. Und als Bestätigung für Allegris Ergebenheit an die ethisch – menschlichen „Wurzeln“ für den legitimen Stolz seines tyrrhenisch toskanischen Charakters (der nie diskriminierend oder arrogant ist), haben wir die „Colline“ (Hügel), beweglich und gescheckt, seines  Ursprungslands, in das er seine stärksten Leidenschaften legt, seine Begierde nach Licht, seine bekenntnislose Treue für starke Gefühle, seine Absicht zur offener Kommunikation im Zeichen der „Lebenswärme“.
Für Allegri gibt es keinen Kontrast zwischen Licht und Schatten, zwischen Farbe und Farbe, zwischen Farbe und Ton: alles bewegt sich von einem moralischen und verstandesmäßigen Status und innerlicher Klarheit (tief und beschwichtigt) ausgehend, innerhalb von festen und sehr gebilligten Parametern, mit der Absicht – und er ist einer der Glücklichen, die es schaffen - neue Synthesen, neue  (freudige und meditative zugleich) Räume, neue Dimensionen der „gedachten Emotionen“ zu erreichen. Auf dieser Reise gibt es auch einen Augenblick der Rast, malerisch gesehen, in dem er nachdenkend die Etappen des Abenteuers zusammenfasst, ja, wo er „ein Mahl verzehrt“ , ein bescheidenes natürlich, ein Urmahl, auch hier im Zeichen der wohlwollenden Erinnerung. Das „Stilleben“, das der Wanderer Allegri vorschlägt, ist sehr lebendig, eine objektive Zusammenfassung eines unumgänglichen Erlebnisses, nostalgische essentielle Szene einer nicht verschmutzten  und zum Glück noch nicht umgekehrten oder verneinten Welt. Dann nimmt Allegri wieder den Weg in  Richtung   „Eldorado“ und  „Kreuzungen“  auf (und wo Kreuzungen auftauchen, ist eine Wahl unvermeidlich, die meistens wichtig und oft entscheidend ist). So, mit einem Gepäck aus Sand und Jute, Karton und Bitumen, Silber und Kies, Rinde und Anilin, aber vor allem mit einem modernen „Odysseus ähnlichen“ Enthusiasmus, findet Allegri neue Bereiche, wo er seine „Impressionen“, seine Wollust auf “Himmelblau” (die Farbe des Bewusstseins) sichtbar widergibt. Diese „Impressionen“ sind das unbestreitbare Zeugnis seiner Liebe zu der Malerei, die nicht (auch dank seines wertvollen Beitrags) sterben kann, weil sie eine Fusion von farbigen Impulsen, von formalen Erfindungen, von kühnen aufgespürten Dimensionen – und hier haben wir den Manlio Allegri des Jahres 2000 – in der unendlichen Galaxie des Geträumten und der hochheiligen Utopie ist. Allegri ist also das, was man heute  (eigentlich sage ich es schon seit den 60er Jahren, als die Zeitschrift „Nuove Dimensioni“ herauskam) einen Maler –  Maler (repetia iuvant) nennt: ich hoffe, man verzeiht mir den Stolz, der aber auch wollwollende Genugtuung ist, bereits vor über einem Jahrfünft verstanden zu haben, dass sein „technischer“ Background und sein reicher, schöpferischer und erfindungsvoller Tresor ihn zu diesen Resultaten gebracht hätten, die wirklich von Bedeutung sind, und die von niemanden ignoriert werden können. Einen Glückwunsch für Manlio Allegri? Sicher: dass die Reise fortdauert, mit oder ohne Rast, hin zu Zielen, die mir von heute an leicht fallen als wichtig zu erkennen, im Zeichen der imaginären Freiheit und einer Ethik der Verantwortlichkeit, die schon immer sein sowohl reines als auch einflussreiches kreatives  Abenteuer kennzeichnen.
März 2001
Traduzione di Silvia Segalla e Jutta Kuhlmann
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